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facoltà più inutili Il consorzio interuniversitario Almalaurea ha pubblicato di recente la classifica delle Facoltà più inutili, ovverosia quelle con il più alto tasso di disoccupati a un anno dalla laurea. Si tratta di una graduatoria da prendere con le dovute cautele a causa delle numerose variabili che entrano in gioco, ma può diventare uno  strumento per coloro che sono ancora indecisi sul da farsi e sull’ateneo con il quale proseguire il proprio percorso di studi.



A svettare, con un notevole distacco sulle facoltà “inseguitrici”, è Giurisprudenza, con il 24%. Sul poco onorevole podio delle facoltà con il maggior numero di disoccupati salgono Psicologia (18%) e Lettere (15%). In un mondo del lavoro sempre più sbilanciato su professioni tecnico-scientifiche, le facoltà umanistiche diventano fucine di laureati deboli, poco adatti alle esigenze del mercato del lavoro.

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È significativo constatare come le prime nove facoltà con il maggior numero di disoccupati a un anno dalla laurea siano tutte umanistiche: ai piedi del “podio”, infatti, ci sono Scienze sociali, Lingua e letterature straniere, Scienze della comunicazione e Scienze politiche, Arte e design e Filosofia, sei facoltà con un tasso occupazionale compreso fra il 14 e l’11%. 

Per trovare una facoltà tecnico-scientifica bisogna scivolare al decimo posto di Agraria. Lo stesso consorzio Almalaurea sottolinea come i dati non debbano essere intesi in senso assoluto: la bontà della scelta fatta al momento di intraprendere la carriera universitaria, infatti, non può e non deve esaurirsi nel solo feed back del dato occupazionale.

facoltà meno utili
Le facoltà con le più basse percentuali occupazionali secondo Almalaurea.

Nel “bilancio” post laurea rientrano anche numerosi altri fattori. Innanzitutto la realizzazione personale e il bagaglio di competenze e conoscenze che ci accompagnano durante la nostra vita. Inoltre è possibile che il mercato e la situazione occupazionale cambino nell’immediato futuro ridisegnando gli scenari e “promuovendo” lauree che attualmente risultano essere in crisi. Infine, va valutata anche la qualità dell’inserimento professionale e non solo la quantità: oltre alla retribuzione e all’effettivo utilizzo delle competenze bisogna considerare il peso che ha la soddisfazione personale. 

Inoltre vanno valutate anche altre variabili, come le esperienze post-laurea all’estero, la capacità di assorbimento del mercato del lavoro locale e le aspirazioni lavorative dei laureati. Insomma, va bene utilizzare una bussola, ma prima di intraprendere un cammino così importante è opportuno valutare con attenzione i diversi bivi che ci si presentano di fronte.

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