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raccomandazione lavoroSi sapeva, si dirà. Eppure vedere in numeri della raccomandazione in Italia colpiscono. In aumento la percentuale di chi si rivolge ad amici e parenti per trovare lavoro. Secondo l'Isfol, circa il 40% dei giovani utilizza vie "informali" rispetto alle agenzie specializzate o all'invio diretto di curriculum





Analisi e Dati sulla Raccomandazione in Italia

Sono le reti amicali e parentali, evoluzione della più classica raccomandazione, a spalancare le porte del mondo del lavoro in Italia. A certificarne il ruolo privilegiato nella ricerca di un impiego – circostanza forse non inaspettata – è l'Adapt, centro studi sul mercato occupazionale. Un'indagine della ricercatrice Silvia Spattini ha messo insieme una serie di report italiani e europei sulle modalità di accesso al lavoro, evidenziando come la conoscenza diretta insieme alla segnalazione di conoscenti, nella torta che suddivide i canali per ottenere un lavoro, si porti via quasi il 65% del totale (rispettivamente il 56 e il 7%, dati Unioncamere 2012). Senza una fitta rete di contatti nei settori della società che più contano, le possibilità di sistemarsi a livello professionale diventano dunque risicate. Con un sistema che sembra collaudarsi anno dopo anno.

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Secondo l'Isfol, ente ministeriale per la formazione, i lavoratori che sono ricorsi ad amici, parenti e conoscenti per intercettare la domanda di lavoro sono passati dal 30,7% del 2010 al 32 del 2011. Un fenomeno che interessa soprattutto i giovani, che a loro volta si sono rivolti alla loro cerchia di conoscenze nel 38% dei casi nel 2010, percentuale aumentata di due punti l'anno successivo. Così fan tutti, si dirà.

Non proprio: in base ai calcoli dell'Eurostat riportati dalla studiosa, l'Italia fa un uso spropositato delle vie cosiddette 'informali' nella ricerca di un lavoro, collocandosi oltre dieci punti sopra la (già considerevole) media europea del 72% e spostando ancora più in alto l'asticella fissata dai dati Unioncamere. Una media, quella Ue, esasperata dai paesi come l'Italia dove la segnalazione la fa da padrona: tra questi Grecia, Slovacchia e Ungheria (con percentuali superiori al 90 per cento), seguiti da Irlanda e Spagna che superano l'Italia di qualche decimo.

Tutt'altro andamento per i paesi più avanzati economicamente, come la Francia, dove amici e parenti aiutano nel 67% dei casi, o il Regno Unito (poco più della metà delle volte). Per i soliti virtuosi come Germania e Svezia essere inseriti nel giusto giro paga solo rispettivamente nel 40 e 25% dei casi: i luoghi della fuga dei cervelli, quelli dove un'assunzione non dipende quasi esclusivamente dai contatti personali.

Numeri sconfortanti dunque, ma che non dicono ancora tutto sui possibili percorsi per l'ingresso nel modo del lavoro. Di pari passo con la tradizionale conoscenza va infatti l'autocandidatura, spesso sottovalutata. È sempre l'Isfol a documentarlo: quest'ultima ha funzionato nel 17% dei casi nel 2011, e per un quinto dei giovani, anche se con valori in leggero calo rispetto al 2010. Un dato a sostegno delle statistiche dell'Eurostat, secondo cui «il contatto diretto» permette di agganciare il mondo del lavoro in sette casi su dieci. Una dicitura che potrebbe però includere la conoscenza avvenuta tramite raccomandazione o segnalazione, e non per semplice iniziativa del candidato, facendo sfumare le speranze che l'invio spontaneo di una candidatura porti a un contratto.

Altra notizia positiva emerge osservando i dati relativi alle aziende con più di 500 dipendenti. Se l'utilizzo dei canali informali prevale in modo netto per la piccola e media impresa fino a 50 dipendenti – il nerbo del tessuto produttivo italiano - le curve scendono drasticamente per le grandi società, perfino sotto il 20. Queste ultime nella maggioranza dei casi pescano tra i curriculum delle banche dati aziendali, magari anche tra quelli inviati sotto forma di autocandidatura. Il picco dell'informalità rilevato tra le aziende più piccole è segno che «la propensione per canali informali e non strutturati dipende dal fattore costo degli operatori professionali» scrive la ricercatrice nello studio.

Non ci sarebbero quindi solo ragioni culturali dietro l'ancoraggio all'antica pratica della raccomandazione. Ma anche più spicce questioni economiche: gli intermediari costano, il processo può risultare farraginoso. Meglio fare da sé, anche a costo di sbagliare. Avvalersi di operatori specifici potrebbe invece «contribuire a utilizzare adeguatamente i diversi incentivi alle assunzioni presenti nel nostro ordinamento, rendendoli effettivi» osserva Spattini in riferimento al flop del pacchetto Letta-Giovannini per disoccupati o inattivi.

Va da sé che gli altri sistemi di approccio al lavoro siano quasi del tutto ignorati. Le agenzie di intermediazione private secondo l'Isfol consentono il matching tra domanda e offerta nel 2% dei casi, a pari merito con la lettura degli annunci sulla stampa e il placement universitario (che sale al 6 per i giovani). Più utili le informazioni circolate in ambienti lavorativi, efficaci al 6%. Praticamente assenti i centri per l'impiego, attraverso cui il lavoro arriva nel 3% dei casi, e per cui ci attestiamo penultimi in Europa: è un mezzo utilizzato il 50% delle volte nella media Ue, mentre in Italia il 32.

Un quadro da cui il merito esce parecchio colpito. «Non si può pretendere che tutti gli incontri tra domanda e offerta di lavoro avvengano attraverso canali formali, tantomeno ostacolare altre modalità, lecite, di matching» è la premessa della ricercatrice, ma è chiaro che «l’informalità può avere un effetto negativo sulla qualità dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro». Solo i canali formali apportano migliorie al mercato «contribuendo a collocare in un dato posto di lavoro il lavoratore più adeguato per le sue competenze». Oltre a garantire, è la conclusione del report, «una più intensa diffusione delle informazioni relative alle ricerche di personale».



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