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cosa è smart working Quel bancario con le maniche della camicia bianca tirate su per non sporcarle di inchiostro, chiuso nel suo ufficetto, in una dimensione stanziale è una figura polverosa che ormai fa parte degli archivi delle banche. Ancor di più adesso che nel credito è arrivato lo smart working, che trova la prima applicazione nel gruppo Intesa Sanpaolo, dove azienda e sindacati hanno siglato un accordo che farà partire, in via sperimentale da marzo 2015, con termine a dicembre, un progetto di lavoro nuovo.


La nostra è una società nomade dove le nuove tecnologie possono essere sfruttate per dare un contributo a un'organizzazione del lavoro diversa. Fare smart working significa muoversi rispetto alle proprie esigenze e alle esigenze dell'azienda, spiega il chief operating officer Eliano Omar Lodesani.

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Quando è diventato titolare del nuovo incarico, lo scorso giugno, racconta di aver ricevuto molte richieste da parte dei lavoratori per poter lavorare in un luogo diverso dalla sede di assegnazione. Da casa, ma non solo e non necessariamente. La storia dello smart working in Intesa Sanpaolo nasce dal basso, dai lavoratori ed è stata oggetto di un confronto col sindacato. Quel che più conta però, alla fine, è «riuscire a fare le cose - osserva Lodesani -.

Siamo stati i primi a raggiungere un accordo con i sindacati sui matrimoni non civilmente riconosciuti, oggi siamo i primi a fare un accordo sullo smart working con cui vogliamo essere vicini alle nostre persone che per noi sono al centro. Sono convinto che se i nostri collaboratori sono a proprio agio lavorano meglio e responsabilmente. E la loro performance è migliore».

Come spiega una nota dell'azienda, lo smart working prevede «lo svolgimento della prestazione lavorativa in luogo diverso dalla sede di assegnazione». Questo significa che sarà possibile lavorare «dai cosiddetti hub aziendali, ossia uffici diversi dal proprio, previa prenotazione». Oppure «da casa o dal cliente, nell'ambito delle regole aziendali».

La modalità di lavoro porterà le persone, fisicamente, sempre più fuori dalla sede del posto di lavoro. Questo è «un grande valore aggiunto offerto dalle nuove tecnologie. E genera a sua volta più valore per l'azienda attraverso le persone che si muovono». Gli esempi che si possono fare sono molteplici. In una multinazionale come Intesa Sanpaolo c'è chi, per esempio, sopporta un pendolarismo molto forte. «Con lo smart working invece di stressarsi sul pendolarismo, si può lavorare da un'altra sede e guadagnare tempo di vita», spiega Lodesani.

Ma, per fare un altro esempio, ci possono essere anche le mamme con i bambini piccoli, malati, a casa che sono fisicamente in ufficio ma con la mente altrove. Con lo smart working «possono lavorare da casa, essere più tranquille e dare un contributo maggiore», continua il manager. Per sgombrare tutti i dubbi l'iniziativa sarà accompagnata da interventi di informazione e formazione. A beneficiare di questa opzione sarà soprattutto chi opera nei servizi centrali e i gestori della rete.

C'è un tetto, per ora: otto giorni al mese. L'adesione sarà volontaria ma andrà concordata con il responsabile di filiale. Il progetto coinvolgerà in una prima fase i lavoratori di Banca Prossima e dell'area di Milano. Quanto ai numeri, «non vedo limitazioni e non penso che lo smart working porti uno scompenso operativo nell'azienda. Quando il progetto partirà valuteremo il perimetro delle richieste», sostiene Lodesani.

Per i sindacati «quest'accordo è innovativo: coniuga le esigenze di produttività dell'azienda con quelle personali e di vita dei lavoratori», commentano Roberto Aschiero e Tiberio Carello, segretari di coordinamento Fabi Intesa Sanpaolo. «Per i dipendenti interessati abbiamo ottenuto tutte le garanzie del caso - spiegano -: volontarietà di accesso e possibilità di interrompere il progetto in qualsiasi momento, mantenendo invariate tutte le tutele previdenziali e di assicurazione sul lavoro».

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