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smart working lavoro da casaDa tempo si parla di Smart working, ossia “lavoro agile”, che offre la possibilità ai dipendenti di svolgere la propria attività fuori dalle sedi di lavoro, ma solo da pochi giorni è stato presentato in Parlamento un disegno di legge, collegato alla Legge di Stabilità, che mira proprio a regolamentare la materia.   Vediamo di cosa si tratta, come funziona e cosa prevede il disegno di legge.


Smart working: cos’è e come funziona

Lo Smart working, anche detto “lavoro agile”, è una versione evoluta del classico telelavoro o lavoro da casa, che inevitabilmente apporta un vantaggio al lavoratore: facilitare la conciliazione dei propri impegni personali con quelli lavorativi attraverso orari più flessibili.

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E’ un tipo di lavoro, quindi, che si adatta di più alle esigenze del lavoratore, che gli permette di svolgere la professione fuori dai tradizionali luoghi di lavoro e di organizzarsi nel modo più consono alle sue necessità.

Può lavorare da casa, al bar, creare una postazione di lavoro insieme ad altri professionisti ed utilizzare gli strumenti di lavoro che preferisce: tablet, pc, documenti condivisi, skype per le riunioni. 
L’unico obiettivo di primaria importanza per l’azienda è che venga raggiunto il risultato stabilito. Lo scopo quindi è sicuramente quello di rendere più semplice la vita del lavoratore, ma soprattutto quello di incrementare la produttività.

Smart working: cosa prevede il ddl

Il ddl è stato scritto da Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano, sulla scia di un progetto già presentato un paio di anni fa da tre parlamentari: Alessia Mosca, Irene Tinagli e Barbara Saltamartini. Si compone di 9 articoli che disciplinano i vari aspetti del lavoro fuori dall’azienda (diritti, privacy, infortuni, retribuzione), ma viene lasciato ampio spazio alla contrattazione tra le parti.

Il principio cardine, alla base della realizzazione di questa particolare modalità di lavoro, è la volontarietà che si concretizza attraverso un accordo riguardante diversi aspetti del rapporto lavorativo: modalità di utilizzo degli strumenti di lavoro, orari, recesso etc.

Punti cardine del ddl:
  • lo Smart working può essere sia a tempo determinato che indeterminato, e può anche riguardare un solo giorno alla settimana;
  • gli infortuni devono essere coperti dall’Inail;
  • ai lavoratori Smart working sono riconosciuti gli stessi incentivi fiscali legati alla contrattazione di secondo livello, cioè quella aziendale;
  • lo smart working deve essere retribuito in misura non inferiore a quello svolto in ufficio.

Chi può lavorare così?

A poter beneficiare di questa modalità di lavoro sono sia i lavoratori a tempo indeterminato che quelli a tempo determinato, ma non partite Iva, deve trattarsi, infatti, solo di lavoratori dipendenti.

Smart working: in Italia esiste già?

Secondo uno studio della School of Management del Politecnico di Milano, il 17% delle grandi imprese italiane ha già dato vita progetti di Smart working, lo scorso anno erano l’8%.
Il 14% delle grandi imprese è invece in fase “esplorativa”, cioè stanno valutando se avviare progetti del genere in futuro, e un altro 17% ha avviato iniziative di flessibilità ma rivolte solo a particolari profili, ruoli o esigenze delle persone.

Sono le piccole-medie imprese a far riscontrare il numero più basso di adesioni: solo il 5% ha già avviato lo Smart Working, il 9% ha introdotto informalmente logiche di flessibilità e autonomia, mentre oltre una su due non conosce ancora questo approccio o non si dichiara interessata.

Lo Smart working sembra davvero una valida opportunità di cambiamento da inserire nel mondo lavorativo, ma come sostiene Mariano Corso, responsabile scientifico dell’osservatorio Smart working: Non si deve commettere l’errore di generare il classico effetto moda, introducendo un cambiamento solo superficiale senza cogliere l’opportunità di ripensare profondamente cultura e modelli organizzativi per liberare nuove energie dalle persone.

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