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stipendi bassi italianiPochi, complicati da capire e dati senza criterio. E’ la nuova sintesi che i lavoratori italiani fanno sui soldi che entrano nelle loro buste paga a fine mese. Un tempo dicevano: pochi, maledetti e subito. Oggi chiedono: non troppo pochi (siamo in fondo alla classifica Ocse), benedetti da maggior trasparenza (troppa la discrezionalità dei datori di lavoro) e anche differiti (basati sui risultati delle performance e della produttività).

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Gli stipendi sono sempre una buona ragione per non essere soddisfatti della propria azienda e per cercarne un'altra. E l'insoddisfazione ha raggiunto livelli preoccupanti. In una scala da uno a dieci, i dipendenti privati danno subito un voto negativo alle loro aziende: 3,9, nemmeno un 4.

Ma non è solo un problema di quantità degli stipendi: con questa risposta di pancia gli italiani si dichiarano insoddisfatti sull’intero pacchetto retributivo, fatto di elementi monetari, ma non solo. Solo un lavoratore su tre esprime un giudizio di media soddisfazione; solo il 3% dichiara di essere pienamente soddisfatto del proprio pacchetto retributivo.

Nella ricerca Salary satisfaction report, realizzata dalla società specializzata Job Pricing su un campione statistico di 1.056 lavoratori dipendenti di aziende private, emergono motivi di insoddisfazione su diversi aspetti. Per esempio, qual è la percezione di equità interna dei lavoratori italiani? In altri termini, esiste una giustizia retributiva all'interno delle aziende a parità di ruolo ricoperto?

L'indice 4.9 rivela che i dipendenti italiani non prendono una posizione netta (negativa o positiva). Il 52% si trova d'accordo con questa affermazione, mentre il 48% dà un giudizio negativo. Anche nella equità esterna non si sbilanciano troppo: il voto complessivo è 4,7. Chi ritiene di essere retribuito equamente rispetto al mercato è il 48% dei rispondenti, il 52% dà un giudizio negativo.

Pessimo è il voto registrato sul rapporto tra retribuzione e contributo personale. Solo un lavoratore su tre ritiene di essere retribuito in maniera adeguata al contributo fornito, mentre una percentuale elevatissima di lavoratori (il 30,9%) si dimostra in totale disaccordo. Il mancato riconoscimento economico è un tarlo che mina le motivazioni, una delle prime ragioni per dare le dimissioni. Nelle aziende in cui vi è un sistema di incentivazione trasparente e formalizzato individuale, la percezione di un collegamento tra contributo e retribuzione è molto alta. La sola presenza di un elemento variabile del pacchetto retributivo aumenti la percezione di allineamento tra prestazione lavorativa e retribuzione.  

Merito. Infine, si è chiesta la percezione sulla meritocrazia in azienda. L'opinione è piuttosto negativa (indice a 3.8). Solo il 7,8% ritiene che vi sia vera meritocrazia nella propria azienda, mentre il 32,0% ritiene che non sia per nulla applicata. La presenza di un sistema di incentivazione individuale determina una maggior percezione di meritocrazia da parte dei lavoratori, in quanto collegata a obiettivi.

La presenza di un sistema di contrattazione aziendale abbassa il livello di percezione di meritocrazia: un sistema che garantisce una quota fissa per tutti, non riconosce le situazioni dove il merito dei singoli possa essere premiato. Escludendo la retribuzione fissa (che è la leva principale dichiarata dai lavoratori), le principali voci ambite non monetarie sono: lo sviluppo di carriera, l'aspetto formativo e la relazione positiva con i colleghi. La flessibilità degli orari e il bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata sono aspetti fondamentali nella scelta di un posto di lavoro. 

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